Orso topo.

Breve storia dell’orso che vedeva in bianco e nero, e non sapeva che era tutto colorato.

Da piccolo gli avevano inforcato un paio di occhiali che lo aiutassero a vedere meglio. Ma in realtà quegli occhiali non erano adatti a lui. E cosi la gamma di colori era sui grigi. Un’altra cosa che lo caratterizzava era che ad ogni peso dava il valore pari ad uno. Fino a quando un giorno, per distrazione, scoprì che alcune cose non valevano niente, ed altre il doppio. Per la gioia fece un salto e, gli occhiali volarono, e vide il suo pelo tutto arcobaleno. Felice tornò a casa, si mangiò un po’ di miele, e soddisfatto andò a nanna.

Run

appartengo ai miei figli,

alla foglia che cade e al sole che sorge

all’odore stucchevole dei mezzi pubblici

e a quello acre degli umori,

alla corteccia ruvida ed alla sabbia morbida,

all’acqua gelata di prima mattina,

quando mi tuffo in mare a inizio stagione, e quando l’abluzione è ancora stellata.

alla strada sconnessa,

e a quella battuta.

ai capelli sui maglioni e all’aria rarefatta,

alle valigie dimenticate sui treni

e alle pietre immobili da mille anni,

al miele che cola e al polline che vola,

alla gazza ladra e bandita

e al pesce rosso,

a questa bava di vento,

ad ogni intervallo e a risposta inevasa,

ai viaggi che saranno e a quelli che sogno,

alle liste di libri mai letti, alle case popolari, vista mare e lato caserma,

alle buste della spesa fatta con amore o per dimenticanza,

e a quel filo che tutto unisce,

e porta un po’ il mio nome.

Coperta

Ti immagino sul divano, davanti alla tv.

Tuta, coperta ed un pessimo programma su rai uno.

Tu sonnecchi. Ed io in silenzio ti osservo.

Che cosa mi ha rapito di te.

Forse i tuoi sogni.

I tuoi occhi smeraldo. I tuoi silenzi duri. La tua onestà tagliente. La tua volontà sfuggente.

O forse il tuo cuore talmente nudo da aver voglia di coprire con il mio.

Iris Viola

Ci sporcheremo le mani di fango,

per pulire i cuori,

mentre con lacrime e carezze

impasteremo la terra che accoglierà

i nostri fiori.

E pregherò ogni giorno

che il Sole riscaldi

i boccioli,

affinché un giorno la loro fragranza

copra la terra tutta intera.

Lune

se fossi più pazza sarei più saggia,

se fossi più libera starei più ferma,

se fossi più egoista amerei di più,

se fossi più di ampie vedute non avrei occhi per nessuno,

se fossi una rivoluzionaria rispetterei la Tradizione,

e invece sono solo Monica e oscillo tra due lune, quando la notte è buia.

Concentrazione

Foglie, farfalle, o bolle di sapone,

Mi offrono tutte la stessa impressione.

Ed io resto qui ferma a guardare

Come ogni sogno può presto sfumare.

Ma l’oro nascosto mi dice che

Questo è quanto di meglio ora c’è.

Aceto (di Mele)

Sardegna con Alessia e Cecilia.

In piena euforia decidiamo di farci una passeggiata a cavallo sulla spiaggia.

Scarpe da ginnastica, jeans e canotta andiamo al maneggio a prenotare i cavalli per il tramonto. Due ragazzi si offrono di accompagnarci, affermando che gli animali sono stati fermi per un po’ e che quindi sono nervosi.

Bibite e chiacchiere arrivano le 7, ci chiedono se sappiamo montare, ed io, dall’alto della mia piccola esperienza alle Monacelle di San Giorgio, dico di sì. Mi danno così Furia (sic) il più alto e nero stallone che abbia mai visto, selliamo i cavalli e partiamo.

La passeggiata è lunga e in mezzo alla natura selvaggia, e dovrebbe concludersi con qualcosa tipo un bel galoppo a ripa di mare, previo attraversamento di una stradina, solitamente, vuota.

Un motorino strombazzante mi taglia la strada, Furia ha uno scarto ed inizia a correre imbizzarrito. Non so come, non so quando, non so perché, lo fermo, tirando il morso e stringendo le gambe ad un punto tale che non aveva più mezzo margine d’azione.

I ragazzi arrivano e mi chiedono come sia stata capace di controllarlo.

Io penso solo che se a vent’anni avessi sognato di meno adesso sarei come Aceto.

E invece ogni tanto ho solo un po’ di gastrite.

Zingari

C’è una barca che scorre sul fiume,

ruba lacrime, umori e sudore

e li lava nell’acqua del mare.

C’è una capanna abitata da cuori nudi e indifesi,

come quelli dei bambini,

e le api che li nutrono di miele.

C’è quel verde che salva gli occhi, e rinfresca la gola,

il canto degli uccelli e il silenzio del mondo.

Ci sono risposte e riparo,

stupore e misericordia,

grandi spazi ed essenza.

C’è una mano che accoglie,

immobile, ascolta, i tuoni lontani,

e la pioggia del tempo, vicina e serena.

C’è il senso di tutte le cose,

passate e future,

e il presente, scritto su un libro a lettere d’oro.

C’è la Vita e il Suo specchio,

il Tutto ed il Niente,

ma un seme del Giardino,

altrove è già fiore.

Sajjada (tappeto da preghiera)

Aveva un filo aggrovigliato. Pieno di nodi ed arrotolato su se stesso. Non si capiva quale fosse l’inizio, nè la fine. Spuntavano ovunque pezzi di bandolo che puntualmente rientravano nel groviglio generale e per rendere il tutto ancora più difficile il filo era delicatissimo, un intreccio di seta e cachemire. E lei non voleva spezzarlo perché le era stato affidato con grandi raccomandazioni.

Aveva deciso di partire da un punto qualunque, perché non sapeva dove fosse nè il capo nè la coda. E da lì lentamente sbrogliava. Seguiva un centimetro alla volta dove portava il filato. Aveva imparato che bisognava che diventasse lei stessa il filo, per poter sciogliere il nodo, e così lasciava che lui le mostrasse la strada, e la guidasse. Passava attraverso strozzature, e altre volte in mezzo al vuoto, procedeva e arrotolava.

A volte c’erano talmente tanti nodi che doveva fermarsi, tornare indietro o addirittura saltare al nodo successivo senza perdere di vista il punto precedente.

Altre volte a guardarla, sembrava che lei lasciasse andare e che non avesse più speranze, ma invece stava solo cambiando visuale.

Altre che stesse stringendo e tirando eccessivamente da un capo, ma lei sapeva bene quel che faceva, e quando trovava troppa resistenza, dopo un piccolo tentativo per risolvere i falsi nodi, infilava le dita sottili nelle strozzature, per sciogliere delicatamente la tensione.

Ogni tanto si fermava per riaggomitolare tutto quello che nel frattempo era riuscita a salvare, mentre altre volte doveva far passare l’intera matassina in piccoli buchi che era riuscita a ricavarsi, ma non si faceva prendere dalla frenesia.

Sapeva che bisognava fare con cura, per non rompere niente. Pazientemente, e silenziosamente, lavorava.

E sapeva, che alla fine, con quel rotolo, avrebbe tessuto il migliore dei tappeti da consegnare al suo Re.