Aceto (di Mele)

Sardegna con Alessia e Cecilia.

In piena euforia decidiamo di farci una passeggiata a cavallo sulla spiaggia.

Scarpe da ginnastica, jeans e canotta andiamo al maneggio a prenotare i cavalli per il tramonto. Due ragazzi si offrono di accompagnarci, affermando che gli animali sono stati fermi per un po’ e che quindi sono nervosi.

Bibite e chiacchiere arrivano le 7, ci chiedono se sappiamo montare, ed io, dall’alto della mia piccola esperienza alle Monacelle di San Giorgio, dico di sì. Mi danno così Furia (sic) il più alto e nero stallone che abbia mai visto, selliamo i cavalli e partiamo.

La passeggiata è lunga e in mezzo alla natura selvaggia, e dovrebbe concludersi con qualcosa tipo un bel galoppo a ripa di mare, previo attraversamento di una stradina, solitamente, vuota.

Un motorino strombazzante mi taglia la strada, Furia ha uno scarto ed inizia a correre imbizzarrito. Non so come, non so quando, non so perché, lo fermo, tirando il morso e stringendo le gambe ad un punto tale che non aveva più mezzo margine d’azione.

I ragazzi arrivano e mi chiedono come sia stata capace di controllarlo.

Io penso solo che se a vent’anni avessi sognato di meno adesso sarei come Aceto.

E invece ogni tanto ho solo un po’ di gastrite.

Zingari

C’è una barca che scorre sul fiume,

ruba lacrime, umori e sudore

e li lava nell’acqua del mare.

C’è una capanna abitata da cuori nudi e indifesi,

come quelli dei bambini,

e le api che li nutrono di miele.

C’è quel verde che salva gli occhi, e rinfresca la gola,

il canto degli uccelli e il silenzio del mondo.

Ci sono risposte e riparo,

stupore e misericordia,

grandi spazi ed essenza.

C’è una mano che accoglie,

immobile, ascolta, i tuoni lontani,

e la pioggia del tempo, vicina e serena.

C’è il senso di tutte le cose,

passate e future,

e il presente, scritto su un libro a lettere d’oro.

C’è la Vita e il Suo specchio,

il Tutto ed il Niente,

ma un seme del Giardino,

altrove è già fiore.

Sajjada (tappeto da preghiera)

Aveva un filo aggrovigliato. Pieno di nodi ed arrotolato su se stesso. Non si capiva quale fosse l’inizio, nè la fine. Spuntavano ovunque pezzi di bandolo che puntualmente rientravano nel groviglio generale e per rendere il tutto ancora più difficile il filo era delicatissimo, un intreccio di seta e cachemire. E lei non voleva spezzarlo perché le era stato affidato con grandi raccomandazioni.

Aveva deciso di partire da un punto qualunque, perché non sapeva dove fosse nè il capo nè la coda. E da lì lentamente sbrogliava. Seguiva un centimetro alla volta dove portava il filato. Aveva imparato che bisognava che diventasse lei stessa il filo, per poter sciogliere il nodo, e così lasciava che lui le mostrasse la strada, e la guidasse. Passava attraverso strozzature, e altre volte in mezzo al vuoto, procedeva e arrotolava.

A volte c’erano talmente tanti nodi che doveva fermarsi, tornare indietro o addirittura saltare al nodo successivo senza perdere di vista il punto precedente.

Altre volte a guardarla, sembrava che lei lasciasse andare e che non avesse più speranze, ma invece stava solo cambiando visuale.

Altre che stesse stringendo e tirando eccessivamente da un capo, ma lei sapeva bene quel che faceva, e quando trovava troppa resistenza, dopo un piccolo tentativo per risolvere i falsi nodi, infilava le dita sottili nelle strozzature, per sciogliere delicatamente la tensione.

Ogni tanto si fermava per riaggomitolare tutto quello che nel frattempo era riuscita a salvare, mentre altre volte doveva far passare l’intera matassina in piccoli buchi che era riuscita a ricavarsi, ma non si faceva prendere dalla frenesia.

Sapeva che bisognava fare con cura, per non rompere niente. Pazientemente, e silenziosamente, lavorava.

E sapeva, che alla fine, con quel rotolo, avrebbe tessuto il migliore dei tappeti da consegnare al suo Re.

Doppio

Quell’eterno oscillare. Quel dondolio dei pensieri che non ti permette di fissare il punto. Quel dubbio costante, quel nevrotico susseguirsi di spostamenti da un piatto all’altro di un’invisibile bilancia. Quel bisogno incessante che qualcuno prenda totalmente le mie decisioni come sue e quell’impossibilità di affidarsi a quel qualcuno.

Tutto si ferma con la fronte sul tappeto.

La testa cessa di scappare. Ed il cuore, finalmente sopra tutti gli altri organi, non fa fatica a pompare il sangue. Lì posso ascoltarne il battito fino nei denti, il flusso normalizza la sua corsa.

Torno in centro. Sono il centro.

Conosco il mio posto.

E tu conosci il tuo.

Cicale

Interi pomeriggi passati nel loro respiro assordante,immobili per il caldo, immemori per l’età.Mentre il vento accarezzava la punta saggia degli ulivi,e i miei fratelli , che aspettavano la loro fetta d’anguria.

Schegge

Quelle schegge di luce arrivavano direttamente dal Cielo. Erano gli ultimi raggi di amore che eravamo riusciti a salvare dopo la caduta.Ultimo ricordo della nostra natura divina. Ultimo baluardo prima della paura e del buio.Quell’amore era tutto ciò che restava della prima notte della Creazione, puro come il primo giorno dell’Eternità. E per questo motivo misterioso e immemore.Erano frammenti silenziosi che rischiaravano l’orizzonte. E lo sono tutt’ora, sepolti sotto terra, perché indistruttibili.

Poesia

Siamo misteriosa poesia,

a noi stessi.

Velati ai nostri occhi,

la nostra scoperta

difronte allo specchio,

riflette un’immagine

a noi nuova

e sconosciuta.

Così guardo

e nella tua bellezza

rimiro il mio cuore.

Forse è questo amore,

aver memoria

di ciò che si è sempre saputo.